Le interviste impossibili: MARADONA LA MANO DEL DIOS

Quale e stato il tuo goal preferito?

(Si illumina, gli occhi diventano due carboni accesi)

“Ahhhh… quella è la domanda che mi fa vibrare il cuore. Ma lo sai che ne ho fatti più di 300? Però uno… uno solo è rimasto qui. Non è la ‘Mano de Dios’. Quella è un’altra storia, per un’altra volta. Il mio goal preferito è il secondo contro l’Inghilterra, ai Mondiali dell’86. Quella corsa… partendo dalla nostra metà campo. Dribblare mezzo stadio, come se gli inglesi fossero coni di plastica. Schivare tutto, anche il terzino che credeva di fermarmi. E poi davanti a Shilton… freddo, come se stessi facendo un allenamento.”

Come è stato?

(Si alza, mimando i movimenti) “Vedi? Taglio a destra, scarto a sinistra, il corpo che mente sempre. Non era solo un goal. Era la rivincita di un popolo. Per le Falklands, capisci? Per tutto.” (Si siede di nuovo, con uno sguardo lontano) “Quella palla, che entra in rete… fu come liberare una nazione intera. Ecco. Quello è il mio figlio preferito.”

Quale è stata la tua città preferita?

“Guarda, il mondo mi ha acclamato, ma la mia anima ha sempre due bandiere. (Fa una pausa, espirando fumo immaginario). La prima è Buenos Aires, il barrio di Villa Fiorito dove sono nato. Le strade di terra, i campetti improvvisati… lì ho imparato tutto. Senza Fiorito, non esiste il Diego.

Ma poi… (la voce si fa più calda, quasi commossa) c’è Napoli. Nápoles. La mia seconda pelle. Quando sono arrivato, eravamo ultimi, eravamo il Sud che nessuno voleva. Li ho presi in spalla e li ho portati a vincere tutto, contro tutti. Quindi chiedermi qual è la mia città preferita è come chiedere a un padre qual è il figlio preferito.  È impossibile rispondere!”

Quale e stata la tua squadra preferita?

(Scoppia in una risata piena, ma i suoi occhi diventano immediatamente seri e profondi)

Ah, questa è una bomba. Una trappola come quelle dei difensori italiani! (Pausa drammatica, abbassa la voce a un tono confidenziale). Ascolta, e ascolta bene: la mia squadra era la mia gente. I miei compagni. Ma se parli di maglie… (La voce si anima con orgoglio) il Napoli è stato il mio amore più grande. Era più di una squadra. Era una rivoluzione. Eravamo noi, il Sud, contro tutto il Nord, contro il mondo intero. Ho dato l’anima e il cuore a quella maglia azzurra. Lì ho vissuto i miei anni più veri, più crudi, più belli. Eravamo una famiglia di fuori di testa, e io ero il fratello maggiore pazzo.”

Quali ricordi ti restano nel cuore riguardo al Napoli?

(Chiude gli occhi per un attimo, come se cercasse le immagini nella mente. Quando li riapre, sono lucidi di commozione autentica.)

“¡Ooooh, Napoli… (Scuote la testa, un sorriso tremulo sulle labbra). Non sono ricordi, sono sensazioni. Sono come un film che gira sempre qui dentro (si tocca la tempia).

Ricordo… l’odore del mare misto alla pizza dei vicoli, quando uscivo dall’allenamento. Il vociare della gente, che non mi chiamava mai ‘Maradona’, ma ‘Diego’. Per loro ero uno di loro.

Ricordo il silenzio di San Paolo, quel secondo prima di battere un calcio d’angolo… e poi l’esplosione quando la palla entrava. Un boato che ti sollevava da terra, che ti faceva sentire un Dio. (La voce si fa più forte, piena di energia).

Ricordo i bambini che mi aspettavano fuori dal campo, con gli occhi grandi così. E le nonne che mi facevano il segno della croce, come se fossi un santo protettore. Io, un santo! 

Napoli non è una città che ho ricordi. Napoli è una città che ho ancora dentro, come un tatuaggio sull’anima. Anche adesso. Sempre.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *